DELLAI AL CIRCOLO GAISMAYR: C’E’ BISOGNO DI UNA NUOVA FASE DELL’AUTONOMIA. LE COSTITUZIONI ITALIANA E AUSTRIACA RICONOSCANO L’EUREGIO

Il futuro dell’Autonomia trentina è sempre più indissolubilmente legato ad una terza fase dello Statuto che andrà riconosciuto sia dalla Costituzione italiana che da quella austriaca, recuperando così il ruolo che Alcide Degasperi aveva assegnato alla regione e ai trentini, cioè quello di difendere insieme le istanze di libertà e autonomia della popolazione di lingua tedesca di fronte alle tendenze centralistiche dello Stato”.

Lo ha detto il presidente della Provincia autonoma di Trento Lorenzo Dellai, partecipando assieme ad Alberto Pacher ed Ugo Rossi ad una serata sul futuro della politica trentina organizzata dal Circolo Michael Gaismayr. Preceduta da un intervento di Giuseppe Matuella (presidente del Circolo), la serata è stata moderata da Alberto Sommadossi.

Serata intensa e sala affollata per un dibattito che ha messo in risalto la necessità di far compiere un salto di qualità alla nostra Autonomia. “C’è una sorta di discrasia nel calendario – ha detto Dellai – perché in realtà  il Novecento finisce adesso e noi dobbiamo prepararci a costruire una nuova forma di autonomia”.

Utilizzando il linguaggio  tipico del web, Dellai ha quindi aggiunto che da una Autonomia 2.0 dobbiamo passare ad una Autonomia 3.0,  che guardi alle sfide del futuro insieme a Bolzano e Innsbruck in un’ottica di internazionalizzazione. Ma ha anche ribadito che dall’Autonomia Integrale, determinata dall’eventuale assunzione di nuove competenze, lo Stato potrebbe trarre notevoli risparmi finanziari.

Alberto Pacher ha condiviso il tono dell’intervento di Dellai, sottolineando il delicato ruolo delle Alpi nel contesto europeo e ricordando che è il momento di chiedere scusa al popolo sudtirolese per quello che ha dovuto sopportare nel momento in cui è stato aggregato ad un Paese che non è il suo, ma ha ricordato anche il dramma dei migliaia di italiani tradotti in provincia di Bolzano in epoca fascista, illusi dalla speranza di trovare lavoro e uscire dalla miseria.

Per Ugo Rossi, l’Autonomia è “responsabilità”, capacità di risolvere da sé i problemi, pensando al futuro senza i retaggi del passato, guardando alla realtà odierna con obiettività. Bisogna cambiare il modello economico e sociale in funzione di una maggiore efficienza dell’Autonomia.


SERATA 25 MAGGIO

Il Circolo Michael Gaismayr di Trento invita tutti alla seata

IL FUTURO DELLA POLITICA IN TRENTINO

tra Euregio, Autonomia Integrale e Partito di Racolta

venerdì 25 maggio 2012, Sala Rosa PAlazzo della Regione TrerntinoAA/Südtirol ore 20.30

interverranno

Lorenzo Dellai

Alberto Pacher

Ugo Rossi


24 MAGGIO 1915. LA TRAGEDIA DEL POPOLO TRENTINO. 110.000 SFOLLATI. UNA DATA CHE PERO’ NON SI RICORDA MAI SUL CALENDARIO

L’anniversario sarà come sempre ignorato da tutti. Ed è singolare che in un’ epoca in cui si ricorda con iniziative di ogni genere le grandi tragedie del Novecento, nessuno pensi mai a loro, i 110.000 profughi trentini che per ragioni diverse furono allontanati dalle loro abitazioni durante la prima guerra mondiale.

Una immensa tragedia di popolo che, diversamente da altri tragici eventi (vedi foibe, shoah, rifugiati politici cui sono state dedicate giustamente apposite giornate del ricordo) non trova posto nel calendario e che, al di là delle retoriche celebrazioni, continua ad essere ignorata dai più.

E allora proviamo noi, attraverso le pagine di questo blog, a dedicare un attimo della nostra attenzione al ricordo di questi nostri fratelli che il 24 maggio 1915, in seguito alla dichiarazione di guerra dell’Italia contro l’Austria, furono costretti a lasciare le loro abitazioni in condizioni drammatiche. Oltre 70 mila finirono nei baraccamenti dell’Alta Austria, della Moravia e della Boemia. Altri quarantamila, in seguito all’arretramento del fronte austriaco, si trovarono in balìa delle autorità italiane che ne ordinarono il trasferimento in centinaia di diverse località della Penisola, spesso guardati con sospetto dalla popolazione locale perché ritenuti “austriacanti”.

Una tragedia che comportò fame e miseria, ma soprattutto la decimazione della popolazione trentina colpita massicciamente da febbre spagnola e paratifo. Riportiamo un passo del diario di Amabile Broz, di Vallarsa, sfollata dagli italiani a Vicenza che ricordava quel giorno con queste parole:

  Siamo arrivati a Vicenza fuori per la notte verso le 11 deboli ed affamati come i lupi; pareva che lì ci dassero qualche cosa da cena ma niente non abbiamo ricevuto, tutte le botteghe erano chiuse non si poteva mandarsi a prendere niente, ci anno messi rinchiusi in una piazza di dietro alla stazione, era una notte buia e piovigginosa ma noi stanchi, deboli ed affamati (coi soldi in tasca) abbiamo dovuto sdraiarci per terra e così rimanere quasi tutta la notte.

Quì nessuno può immaginarsi, benchè io non sia di quelle che per poco si lamentano e spropositano, ma io dico la verità che non gliene ò mai dito tante a questa genia come in quella notte, vedere mio padre vecchio impotente giacere a terra al cielo aperto aveva disteso sotto solo una coperta che avevamo presa da casa, il mio caro padre stratolto com’era dormiva in questo stato, il lo guardavo contemplandolo in tale stato sdraiata a canto a lui mi strugeva in dirroto pianto.

Chi non ha veduto in quella piazza quella notte non possono immaginarsi com’era chiunque ci avessero veduti che avessero avuto un pò di cuore e umanità sarebbero stati incapaci di trattenere il pianto; non dico degli italiani perché questi non anno né cuore né umanità, (parlo di gente nostra) in questa piazza vi era anche dei profughi italiani, di Asiago, ma questi gli trattavano più bene di noi questi gli anno messi al coperto benchè sono stati fermi poche ore perché coi primi treni sono partiti.

Noi siamo stati tutta la notte in piazza senza ricevere nepur una tazza di acqua, i bambini piangevano di fame ma nessuno a potuto avere un pò di latte neppure pagando, sul far del giorno ci anno fatti montare in treno quel treno era abbastanza comodo al confronto di quello che da Schio cià condoti a Vicenza che era un treno delle bestie che puzzava come una sfronda senza avere nei vagoni neppure una banca per sedersi vi era solo sparsa un pò di paglia e sù di quella noi abbiamo dovuto sdraiarci, abbiamo avuti tanto gli ossi frantumati che eravamo quasi incapaci di camminare dalla piazza al treno.

Siamo partiti da Vicenza diggiuni ancora, nei vagoni eravamo messi come le sardele che tanti doveva stare in piedi.

Pagine di storia ancora tutte da riscrivere. Perché tragedie come queste vanno interpretate ma anche e soprattutto ricordate.


L’INCUBO DELLA GRECIA RICHIAMA LA TRAGEDIA ECONOMICA DEL POPOLO TRENTINO NEL 1918

Lo spettro della recessione incombe sull’Europa e sono di questi giorni le notizie poco rassicuranti che arrivano dalla Grecia, ormai ad un passo dall’uscita dall’euro.

E’ una ipotesi che ci auguriamo non accada, ma già si fanno i primi calcoli economici su cosa potrebbe succedere se il Paese mediterraneo dovesse uscire dalla eurozona. La svalutazione della valuta greca sarebbe drammatica, con un cambio al 40-50 per cento del valore attuale e una crescita dell’importo delle rate dei mutui pari a tre / quattro volte quella attuale, fino ad incidere sul 50 per cento degli stipendi.

La situazione greca richiama alla mente la tragedia economica che colpì il Trentino all’indomani della prima guerra mondiale.

Con un’ordinanza del 15 novembre 1918, il generale Pecori Giraldi, che per mesi ebbe pieni poteri nelle terre redente, fissava il cambio per ogni corona austriaca in 40 centesimi italiani. Fu un provvedimento disastroso che produsse fra il popolo un malcontento generale e determinò il collasso nel settore del commercio.

Una commissione di irredentisti recatasi a Roma ad implorare il ritiro dell’ordinanza non fu nemmeno ricevuta e ritornò a casa delusa e amareggiata.

Allo scoppio della guerra sulla piazza di Zurigo 1 corona austriaca era quotata 1 lira e 10 centesimi; dopo la “vittoria”, la Banca d’Italia con 140 milioni di lire portò via dal Trentino 300 milioni di corone.

Il commento del popolo fu: “Trento redento al 40 per cento “. Ma la delusione fu ancora più cocente quando si seppe che la Francia vittoriosa sulla Germania nelle terre conquistate dell’Alsazia e della Lorena per aiutare le popolazioni fissò il cambio delle valute al 100 %.

   A questo si aggiunga la decisione del Governo italiano di rifondere solo il 30 per cento dei danni di guerra subiti dai trentini. La forza e la tenacia dei trentini, sopravvissuti alla guerra e agli esodi, consentì di risollevare senza alcun aiuto le sorti di una terra che sembrava ormai destinata alla povertà più assoluta.


TIROLESI DI LINGUA ITALIANA E TEDESCA, UN’UNICA STORIA E UN FORTE IMPEGNO ANTIFASCISTA.

Troppo vicini gli echi dell’adunata di Bolzano per non sospettare che l’intervento apparso oggi con grande evidenza su un quotidiano di Trento, intitolato “gli scizzeri trentini e l’odio sudtirolese”, non sia il prodotto di un clima di euforia “nazionalista” tendente ancora una volta a far passare presso l’opinione pubblica una netta demarcazione  storica, politica e culturale fra “trentini”, ovvero tirolesi di lingua italiana, e “sudtirolesi”.

Chiunque si occupi di storia sa benissimo che questa netta demarcazione non esiste o quanto meno è troppo sfumata per essere eletta a prova scientifica.  Proviamo dunque a replicare, nei limiti dello spazio a disposizione, alle osservazioni peraltro già note poste dall’autore dell’articolo.

Anzitutto la dizione “sizzeri”. E’ vero: si tratta di una denominazione un tempo molto comune fra trentini e ladini, come lo era quella di “gabanotti”. Ma si trattava di una dizione popolare e non ufficiale ,come testimoniano molti documenti dell’epoca. Anche i soldati del battaglione San Marco oggi sono definiti “marò” o “Marines”, piuttosto che “fanti di mare”, ma nessuno sembra porsi il problema di come chiamarli. Chi conosce l’idioma trentino sa benissimo che molti termini sono mutuati dal tedesco e adattati alla parlata: vedi prosac (Brotsack), tisler (Tischler) , Pefel (Befehl) e così via..Perché scandalizzarsi dunque se un termine come tanti altri è stato adattato alla parlata trentina?

Seconda questione: le responsabilità storiche degli Schuetzen sudtirolesi nei confronti del nazismo.  E’ vero. Ci furono adesioni importanti all’ideologia nazista, come importante fu il contributo dei reduci degli alpini alla nascita del fascismo in Italia. Su questo tema si sono soffermati storici inglesi e americani. Fra tutti vale la pena citare John Schindler (“Isonzo, il massacro dimenticato della Grande Guerra”) che ascrive la nascita del fascio proprio ai reduci e allo scarponismo  della tradizione militare degli alpini. Tolomei, colui che il socialista Salvemini definì il “boia del Sudtirolo”, era un alpino, così come alpini erano gli italiani della divisione “Pusteria” che nel 1935 occuparono con i gas l’Etiopia, tanto da meritarsi gli elogi di Mussolini.

Nessuno oggi si sognerebbe, però, di dire che i centomila alpini che hanno sfilato l’altro giorno per le vie di Bolzano sono gli eredi di questa cultura, figlia del totalitarismo e del fascismo. Nessuno direbbe che essi sono i fiancheggiatori della Destra neofascista anche se, una parte di questi non ha mai  nascosto un certo carattere nazionalista e in alcuni casi anti-tedesco.

Terza questione. Gli Schuetzen non sono né un corpo militare, né una organizzazione politica, ma piuttosto una associazione di liberi cittadini che condividono valori che sono propri anche di altre realtà associazionistiche. Ovvio che, all’interno di questa libera associazione, vi siano esponenti di diverse idee politiche che propugnano una diversa idea di Patria e di convivenza. Ma la maggior parte di essi ha sempre mostrato grande interesse e simpatia nei confronti dei trentini, senza per questo rinunciare a una forte caratterizzazione antifascista, che non è di facciata, ma è il prodotto di una cultura maturata nel corso degli ultimi decenni. Attenzione però: essere antifascista in Sudtirolo non significa essere anti italiano, nè tanto meno anti-trentino. Significa vigilanza e impegno contro una cultura, come quella fascista, che qui ha colpito più duro che altrove ed ha significato persecuzione e violenza, secondo quel folle progetto di “pulizia etnica” che tutti noi abbiamo conosciuto più recentemente in altri scenari di guerra.

La netta posizione degli Schuetzen contro i monumenti fascisti, oltre che condivisibile, è dunque anche comprensibile se pensiamo come, ancora oggi, il Sudtirolo sia percorso in lungo e in largo da esponenti dell’estrema Destra italiana che non rinnegano il fascismo, ma anzi lo esaltano, con simbolismi che si richiamano ad esso. 

Altra questione. L’autore dice anche che, con la propaganda fuorviante e guerresca (chi è innocente scagli la prima pietra), non c’è da stupirsi se uno scarica la sua follia “xenofoba” sul primo che incontra e a tal proposito tira in ballo anche il caso Gamper del 1996 a Merano.  In realtà l’inchiesta escluse in modo preciso il movente xenofobo, benchè i giornali italiani dell’epoca non avessero perso occasione per  amplificare il gesto in chiave anti-tedesca naturalmente.

Ma la parte più interessante dell’articolo è quella che riguarda il quesito finale: cosa c’entrano i trentini, dice l’autore, con il carattere anti –italiano e “anti – statuto” dei loro colleghi sudtirolesi? La risposta potrebbe essere presto rovesciata: cosa c’entrano gli Schuetzen  sudtirolesi con il carattere degli “scizzeri” trentini, impegnati in un difficile lavoro di recupero della loro identità che è stata per un secolo calpestata dai nazionalismi e dai fascismi? E ancora: perché, nonostante tutto, anche le frange più oltranziste sono costrette a “sopportare” la presenza dei trentini nelle loro fila?

La risposta, al di là dell’appartenenza linguistica, è semplice ed è tutta raccolta in due parole: storia e identità. Perché da qualunque angolatura la si guardi, la storia riconduce tutti noi – voglia o non si voglia – ad un concetto di identità tirolese multiculturale e multilinguistica che rifugge dalle culture totalitarie del ventesimo secolo, siano queste di origine nazista che fascista. E questo al di là degli “scimmiottamenti” che sono propri di altre culture di tipo “padano”, ma non certo di quella trentino-tirolese. Le parti “sane” dei gruppi linguistici di questa terra lo sanno bene e non si lasceranno coinvolgere in tentazioni che già in passato hanno prodotto guerre e tanti lutti.  


LA LEZIONE SUDTIROLESE

Adesso che i gagliardetti sono stati riavvolti e le bandiere riposte è lecito chiedersi cosa resta di questa adunata che ha richiamato a Bolzano centomila penne nere e altrettanti “accompagnatori”.

La prima reazione è che fortunatamente tutto è filato liscio e non ci sono state contestazioni di alcun tipo. Perfino i gruppi più oltranzisti hanno scelto di ignorare la manifestazione e non fare alcun tipo di contestazione, salvo qualche caso isolato.

E non poteva essere diversamente data l’ospitalità sudtirolese che già avevamo sottolineato nei nostri precedenti post.

Ma “ignorare” un’adunata non significa certo condividerne i contenuti. Sono state numerose nei mesi scorsi le perplessità espresse da personaggi del mondo politico e culturale sudtirolese sull’opportunità di far sfilare associazioni combattentistiche e d’arma in una città dove le ferite della guerra e della separazione linguistica sono ancora visibili.

Alla fine però è prevalso il buon senso: una parte importante della componente di lingua tedesca ha accettato suo malgrado la invadente presenza di bandiere italiane, trabiccoli tricolori e retorica di stampo militarista e in qualche caso nazionalista.

Da questo punto di vista i sudtirolesi hanno dato una importante lezione ai partecipanti all’adunata e a tutti coloro che nel rutilante mondo della rete inneggiavano all’italianità di questa terra col linguaggio tipico dei conquistatori.

Una lezione di stile e di convivenza che è andata oltre gli slogan, le bandiere e i gagliardetti.


SESSANTA ANNI FA MORIVA ETTORE TOLOMEI. SALVEMINI LO DEFINì IL “BOIA DEL SUDTIROLO”

Ricorre in questi giorni il sessantesimo anniversario della morte di Ettore Tolomei, il “boia del Sudtirolo” come lo definì Gateano Salvemini.

Tolomei  finì i suoi giorni il 25 maggio 1952 all’età di 87 anni.

Di origine toscane, la famiglia di Ettore Tolomei si stabilì a Rovereto nella seconda metà dell’Ottocento, manifestando subito un grande ardore nazionalista ai limiti del fanatismo.

Nel 1904 Tolomei scalò il  Glockenkarkopf,  che lui battezzò la “Vetta d’Italia”, peraltro già conquistata da due alpinisti austriaci, ritenendola erroneamente la punta più a nord della linea di confine al Brennero.

Durante la Prima guerra mondiale si arruolò volontario negli alpini cercando di propagandare le sue idee fra la truppa.  Quindi trascorse il resto della sua vita a dimostrare con artificiose falsità storiche, l’italianità della regione tirolese a sud del Brennero, italianizzando i toponimi (anche quelli trentini) e sottoponendo a una durissima opera di nazionalizzazione le comunità di lingua tedesca e ladina della regione. Sue creature sono l’Archivio per l’Alto Adige e il “Prontuario dei nomi locali dell’Alto Adige”, contenente artificiose e deliranti traduzioni di toponimi millenari. Opere prive del minimo valore scientifico. Assieme a Isaia Ascoli fu inoltre l’inventore dei termini “Triveneto” e “Venezia Tridentina” che furono perfino contestati dagli stessi irredentisti trentini, come il valsuganotto Angelico Prati.

Nel 1921 Tolomei si iscrisse al partito fascista e due anni dopo venne nominato Senatore per meriti “Patriottici”. Nel 1937 gli fu assegnato il titolo di “Conte della vetta (!)”.

Alla sua morte, incredibilmente (e scandalosamente), la bara del Tolomei fu portata a Trento al cospetto del Monumento a Dante, dove parte delle autorità politiche di quel tempo (non tutti per la verità) esaltarono lo spirito patriottico del personaggio. I quotidiani locali pubblicarono con evidenza la notizia. “Grave lutto del Trentino e dell’Alto Adige – titolò un quotidiano di Bolzano - E’ morto Ettore Tolomei battagliero apostolo di italianità”. Tolomei fu poi sepolto al cimitero di Gleno dove si era stabilito fin dal 1906.


IL 1918 APPARTIENE ANCHE AGLI SCONFITTI E NON SOLO AGLI ALPINI. NO ALL’ADUNATA DI TRENTO. SI A UNA MANIFESTAZIONE DI RESPIRO EUROPEO

Sono annunciati in quattrocentomila, ma il meteo prevede pioggia e probabilmente alla fine saranno molti meno  gli alpini che domenica sfileranno in quel di Bolzano.

Comunque la si pensi,  auguriamo a tutte le penne nere un sereno soggiorno nella nostra regione. E mentre cresce lo sforzo mediatico per sottolineare che quella degli alpini sarà una “pacifica” invasione, già si pensa al 2018 quando  sembra ormai scontato che l’adunata del centenario della Prima guerra mondiale si farà a Trento.

Una scelta non casuale, quella del capoluogo trentino, che rischia di far tornare indietro di un secolo le lancette dell’orologio della storia.

Il 1918 non è un anno qualsiasi. E’ l’anno dell’affermazione dei nazionalismi, delle tragedie dei profughi, della nascita di una cultura totalitaria che sfocerà qualche anno dopo nel fascismo e nel nazismo.

Ma soprattutto il 1918 non è una data che riguarda solo gli alpini: è una data che tocca tutte le sensibilità presenti in questa terra. Riguarda le tragedie dei profughi trentini trasferiti nelle varie città dell’Impero e in Italia. Riguarda i drammi degli oltre sessantamila soldati trentini che combatterono con divisa austriaca sul fronte orientale, riguarda gli undicimila caduti trentini sotto la bandiera dell’Austria o deportati nei campi di concentramento italiani (per le loro idee austriacanti), e significa per tutti l’avvio di un periodo buio della storia, fatto di una dura opera di italianizzazione e persecuzione politica. Il 1918 non è solo degli alpini, dunque, ma anche degli sconfitti e di coloro che combatterono sull’altro fronte.

Bisogna quindi essere consapevoli che una adunata a Trento nel 2018 significherebbe inevitabilmente riprodurre le logiche nefaste della “Vittoria” e della “conquista”, col rischio concreto di provocare l’ennesima gravissima frattura all’interno della società trentina e sudtirolese.

Ecco perché ci auguriamo un ripensamento da parte degli amici alpini trentini. Diversamente auspichiamo che il Commissariato del Governo e gli organi istituzionali inducano a ripensare questa manifestazione che, per taluni, potrebbe essere interpretata come una “provocazione”.

Proprio perché il 1918 appartiene alla memoria collettiva e non solo alle istituzioni militari, meglio sarebbe organizzare una celebrazione congiunta che partisse dalla società civile e dalle due Province autonome e coinvolgesse anche le rappresentanze dello Stato italiano e austriaco. Sarebbe un modo più europeo di celebrare l’evento e certamente meno carico di pericolosi significati nazionalistici.

Quando nel giugno del 2004 fu celebrato in grande stile il sessantesimo anniversario dello sbarco in Normandia, l’allora presidente francese Chirac non si limitò a una cerimonia di tipo nazionalistico, ma – a sottolineare lo spirito europeista di quel tempo – invitò l’allora cancelliere tedesco Schroeder e rappresentanze dell’esercito che combattè sul fronte opposto, lanciando un preciso segnale all’opinione pubblica francese e germanica.

Un evento come quello del 1918 merita minore riguardo? No di certo. Sarebbe auspicabile che alpini, fanti, Kaiserjaeger, Schuetzen e tutti gli altri corpi coinvolti nel conflitto potessero sfilare insieme muti, senza bandiere, senza armi e senza labari, lungo le vie di Trento. Sarebbe questo il modo migliore per celebrare un evento triste (altro che festa!) che riguarda prima di tutto le popolazioni civili di questa terra, ciascuno toccato nel proprio intimo da sciagure causate dalla guerra e dal nazionalismo.


GLI ALPINI SONO I BENVENUTI. MA NON E’ CON LA “BANDIERA DI GUERRA” CHE SI COSTRUISCE LA CONVIVENZA

A Bolzano la macchina organizzativa dell’adunata degli alpini è in pieno fermento. Sarà una manifestazione imponente – dicono gli organizzatori – che avrà positivi riflessi sull’economia locale.

Non sappiamo se sarà davvero così. Auguriamo alle penne nere che l’adunata si svolga in perfetto ordine e che la manifestazione assuma gli aspetti di una vera e propria festa, lontano da tentazioni nazionaliste e ostentazioni di italianità, che in Sudtirolo potrebbero assumere il carattere della provocazione. Siamo certi che l’ospitalità tipica delle nostre popolazioni non mancherà affatto.

Tuttavia, ancora prima di svolgersi, l’evento ha già avuto grande rilievo sulla stampa locale e nazionale. E per rispondere alle legittime osservazioni di buona parte della componente di lingua tedesca, preoccupata per il signioficato spiccatamente nazionalista che l’adunata potrebbe assumere, da più parti è iniziata una operazione culturale di grande respiro finalizzata ad esaltare i valori che incarnano le Penne nere. Su questo tema si sono soffermate firme prestigiose e non abbiamo alcuna difficoltà a riconoscere alla base degli alpini quella grande passione solidaristica che è propria anche di altre realtà (non combattentistiche) collocate su altri fronti, come ad esempio gli Schuetzen.

Ma proprio perché stiamo parlando di “valori” e di “convivenza” riteniamo incomprensibili certe iniziative in calendario nei giorni dell’adunata. Ad esempio che bisogno c’era di far sfilare per Bolzano la bandiera di guerra – si badi bene “bandiera di guerra” – del sesto Reggimento alpini con passaggio davanti al tristemente noto Monumento della Vittoria? E che bisogno c’era di inondare la città di Bolzano di tricolori, tanto da costringere il sindaco di lingua italiana a controbilanciare acquistando migliaia di bandierine biancorosse?

 Piccoli particolari che in un contesto come quello in cui viviamo hanno il valore di un macigno.

Anche per questo, pur non entrando nel merito di questioni che non ci riguardano, avevamo fatto appello agli alpini trentini a non prestarsi a strumentalizzazioni di tipo nazionalistico che potrebbero gravemente nuocere alla convivenza in questa regione caratterizzata dalla presenza di minoranze linguistiche e da una forte coscienza autonomista.

In questo senso avevamo invitato le penne nere trentine a rinunciare a certi rituali di stampo militaresco che, in una realtà come quella sudtirolese, potrebbero essere interpretati negativamente. La tensione etnica e politica è ancora forte in Sudtirolo e ogni gesto va pesato soprattutto se opera di associazioni combattentistiche e d’arma.

Forse, tra mille iniziative, un piccolo spazio a ricordo degli undicimila caduti trentini con divisa austriaca durante la prima guerra mondiale si poteva anche trovare. Tanto più che sull’ultimo numero del periodico degli alpini trentini si specifica che l’adunata di Bolzano sarà la prova generale per l’adunata del 2018 a Trento. “Saranno allora cent’anni dalla fine della Grande Guerra - è scritto nelle motivazioni dell’iniziativa - motivo sufficiente per onorare la memoria di quanti abbandonarono la terra trentina per arruolarsi nell’esercito italiano, senza per questo dimenticare le sofferenze della popolazione trentina che per prima pagò a caro prezzo le sorti del conflitto mondiale“. Degli undicimila trentini morti in guerra, anche qui, nessuna menzione.

Che gli alpini siano dunque i benvenuti. Ma per favore, lasciamo stare il riferimento a valori di pace e convivenza. Non è con una bandiera di guerra che si costruisce la pace.


COMUNITA’ DI VALLE: I TRENTINI HANNO DISERTATO LE URNE. E INTANTO CHRISTINE OPPITZ ELETTA SINDACO DI INNSBRUCK

E’ stata una settimana densa di avvenimenti quella che si è appena conclusa. Utile qualche brevissima riflessione su quanto accaduto.

In primo luogo in Trentino si è svolto un referendum per l’abolizione delle Comunità di valle promosso dalla Lega nord e alla quale si sono poi aggiunte alcune forze politiche di Destra (PDL) e di sinistra (SEL, Rifondazione). Un referendum dall’esito scontato in partenza poichè nessuno ha mai pensato che il quorum sarebbe stato raggiunto. E infatti al voto si è recato solo un trentino su quattro con una spesa inutile di due milioni di euro che sarà a carico della collettività. Significativo però il fatto che circa centomila elettori si siano espressi contro questa istituzione che, pur con i suoi limiti e le sue problematicità, è vitale per la sopravvivenza dei comuni trentini. Il populismo e la demagogia leghista ancora una volta sono stati battuti, ma qualche correzione si renderà necessaria.

Altro dato significativo della settimana arriva da Innsbruck e riguarda la vittoria netta del sindaco uscente Christine Oppitz Ploerer, sostenuta dalla sua lista civica e dal centro sinistra, che al ballottaggio ha avuto la meglio sul rappresentante dei popolari Platzgummer. La buona affermazione dei Verdi testimonia la sempre maggiore attenzione dei tirolesi ai temi dell’ambiente e della vivibilità. In questo senso si inquadra anche la coraggiosa rinuncia di Anterselva ai mondiali di biathlon del 2017. Una decisione dettata dalla congiuntura economica e da questionid i tipo ambientale.

Altro avvenimento è l’assemblea degli Schuetzen sudtirolesi che si è svolta a Bolzano. I cappelli piumati in Sudtirolo sono oltre cinquemila e si registra un aumento di 150 unità (tanti giovani) nel 2012. Il comandante Elmar Thaler ha detto che  «molte persone che sentono di appartenere alla minoranza austriaca avvertono ora, oltre al generale disagio per l’autorità italiana, la preoccupazione per un incerto futuro economico».  


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